Il Prima i nostri è orbo

Il Prima i Nostri è orbo

Prende di mira alcune realtà e non altre. E addebita mancanza di solidarietà locale a chi, nello scegliere i collaboratori per l’impresa dove mette a rischio i suoi soldi o nello scegliere un fornitore, non dà priorità agli indigeni, anche se meno produttivi o più pretenziosi

Di questi giorni è notizia del crescente numero di Ticinesi pensionati che vanno a vivere all’estero, dove il clima è più mite e meno costa la vita. Sapendo di poter rientraree beneficiare del nostro stato sociale in caso di malattia o indigenza. Intanto consumano all’estero un reddito acquisito anche grazie a contributi altrui e fanno perdere posti di lavoro qui: molti più che andando a fare la spesa in Italia. Analoghi effetti economici li hanno provocati quei Ticinesi che han fatto venire moglie o compagna dalla Repubblica Domenicana, per poi lasciare che la partner, rotta l’unione, finisca a carico delle prestazioni sociali. Comportamenti leciti, che mostrano quanto sia orba la demagogia del “Prima in Nostri”, che prende di mira alcune realtà e non altre.

Essa addebita mancanza di solidarietà locale a chi, nello scegliere i collaboratori per l’impresa dove mette a rischio i suoi soldi o nello scegliere un fornitore, non dà priorità agli indigeni, anche se meno produttivi o più pretenziosi. Digerisce invece l’annuncio di un Bignasca di voler andare a consumare e pagare le imposte all’estero. Ci sono insomma libertà non meno gravose per il prossimo, ma più sacre di altre. C’è la libertà di risiedere dove si vuole (se hai i soldi per mantenerti); la libertà di sposare chi vuoi (se?ti vuole); la libertà di comperare da chi vuoi e dove vuoi, di assumere chi vuoi. L’esercizio di queste libertà ha quasi sempre un impatto diretto o indiretto sull’economia locale o nazionale. 

L’interesse economico collettivo si può invocare per limitarele libertà. I regimi comunisti impedivano, coi muri come a Berlino, sparando a chi cercava di valicarli, l’emigrazione alle persone qualificate, giustificandosi con l’investimento fatto per formarle: lasciavano semmai partire i malati. In paesi contigui al nostro ancora recentemente le imprese non potevano scegliersi i collaboratori, ma dovevano far capo a liste di collocamento gestite dallo Stato. Non siamo tornati a questi punti, ma il riflusso populista di oggi produce misure illiberali simili a quelle sperimentate lo scorso secolo con il socialismo. Ancora non si obbligano i pensionati che partono a lasciare qui parte della pensione, almeno quella cui non hanno contribuito (a cominciare dall’AVS che le nuove generazioni pagano in più anche per loro). Né chi sposa uno/a straniero/a non residente a versare cauzione per le future spese di mantenimento se l’unione andasse a rotoli. Ma si moltiplicano le misure – per fortuna frenate dal diritto federale o da accordi internazionali – per limitare la scelta di collaboratori e fornitori.

Non si tratta soltanto di gerarchia tra le libertà da rispettare o da limitare. Si tratta degli effetti perversi delle mezze misure. O si va no alle estreme conseguenze, come nella Corea del Nord, o la repressione “moderata” delle libertà ha effetti spesso controproducenti. Mi impedisci di far capo a più convenienti artigiani dall’estero? Mi colpevolizzi se vado a fare la spesa dall’estero? E allora mi compro la casa all’estero e ci vado a vivere. La compagna non ottiene la residenza? E allora la sposo. Devo assumere, come imprenditore, chi lo Stato mi dice di assumere? E allora trasferisco all’estero la mia azienda. 

La solidarietà verso la propria collettività locale o nazionale è un valore importante. Ma funziona se fondata sul libero convincimento. Scelgo il fornitore locale, o assumo il collaboratore locale, anche se più caro, perché onesto e capace, non perché me lo impongono con misure pretestuose. E poi sui criteri di solidarietà ciascuno vorrebbe decidere di suo. Perché mai avere minor riguardo per qualcuno/a di Verbania o Porlezza, figlia/o di frontalieri che hanno lavorato una vita da noi, rispetto a tanti residenti che hanno poco o nulla contribuito, essi stessi o familiari loro, al nostro benessere?

Se questa scelta me la vogliono imporre la politica e la cieca burocrazia che essa produce (che applica criteri formali come il passaporto, la residenza), farò valere mie altre libertà per aggirare l’ostacolo. A chi l’ostacolo l’aveva creato resta solo il costo della burocrazia liberticida. A quella destra che, combattuti gli eccessi della solidarietà forzata di sinistra, ne ha inventati di nuovi per illudere la ricerca di sicurezza economica di chi vota. 

Mauro Dell’Ambrogio